giovedì 31 ottobre 2013

5 cm al secondo



Sai... è di cinque centimetri al secondo

Cosa?

La velocità a cui cadono i fiori dei ciliegi



Il titolo di questo film mi ha incuriosito da subito, 5 centimetri al secondo è una misura a cui non siamo abituati noi che parliamo solo in km/h e non abbiamo mai “perso” tempo ad guardare un ciliegio che sfiorisce.

Una poesia in immagini interamente orchestrata da Makoto Shinkai, presentata durante il Future film festival del 2008 ha vinto il Lancia Platinum Grand Prize, il premio per il miglior lungometraggio di animazione o con effetti speciali.

5 cm al secondo è la storia di un'amicizia, quella fra Akari e Takaki, nata tra i banchi di scuola e destinata a proseguire malgrado la lontananza. Un racconto intenso e toccante che con estrema delicatezza, ma senza illusioni, dipinge la difficile lotta delle emozioni contro il tempo e la distanza.





Il lungometraggio è diviso in tre episodi che accompagnano la crescita dei due protagonisti.

Akari e Takaki son due bambini timidi e soli, è forse questo a spingerli l'uno verso l'altra, ma i tempi lieti e spensierati son destinati a finire presto, quando Akari è costretta a trasferirsi con la famiglia in una città lontana. Inizia così un fitto rapporto di corrispondenza e fra una lettera e l'altra i due bambini crescono e con loro anche i sentimenti che si fanno via via sempre più profondi. I due ragazzi decidono di incontrarsi un'ultima volta prima che Takaki si trovi a sua volta a dover cambiare città accrescendo ulteriormente la distanza che lo separa dall'amica.

Il ragazzo affronta un interminabile viaggio in treno attraverso una bufera di neve per raggiungerla e per stare con lei solo poche ore nel gelo della notte. Le atmosfere si fanno cupe in contrasto con i colori pastello dell'infanzia quasi a preannunciare l'imminente separazione.

Il secondo episodio narra i giorni da liceale del giovane Takaki e della sua compagna di classe, Kanae, troppo timida per rivelargli il suo amore. I rapporti con Akari nel frattempo sembrano essersi interrotti, Takaki continua a scriverle messaggi che però cancella ancor prima di inviare e non sembra accorgersi dei sentimenti di Kanae, la quale finisce per rendersi conto che l'interesse del ragazzo è rivolto altrove al di là di quei cieli senza fine, così magistralmente dipinti da Shinkai, che sembrano inghiottirlo nel loro silenzio cosmico.L'ultimo breve episodio trova i due ragazzi ormai adulti che si intravedono per un solo istante ad un passaggio a livello, ma entrambi sanno che è ormai il tempo di proseguire su strade diverse.Un lungo flashback accompagna il ricordo felice dei giorni passati insieme ma che ormai appartengono al passato.





Un anime lento che preferisce le sfumature ai colpi di scena, pochi anche i dialoghi che tendono a lasciare spazio alla voce interiore dei personaggi, questi appaiono quasi sempre avvolti nella solitudine dei loro pensieri. I lunghi silenzi sono accompagnati da immagini eccezionali realizzate con grande maestria attraverso una tecnica molto innovativa che rielabora digitalmente i disegni creando atmosfere quasi surreali. L'attenzione di Shankai è orientata all'investigazione delle distanze spaziali e temporali e alla risonanza che queste possono avere sui rapporti umani, i quali, per quanto siano saldi, finiscono per mostrarsi in tutta la loro fragilità di fronte alle forze maggiori.





5 cm al secondo lascia sicuramente un senso di profonda tristezza e malinconia, quasi di amarezza, ma in questo modo sfugge la banale soluzione di un lieto fine, creando una storia che, seppur con estrema delicatezza, si avvicina alla vita mostrandone luci e ombre. Le difficoltà e le paure adolescenziali, il rifiuto di accettare i cambiamenti e  l'incapacità di gestire le emozioni senza farsi travolgere.

Che altro dire? Non posso che consigliare questo piccolo capolavoro realizzato da quello che è stato da alcuni riconosciuto come l'erede artistico di Miyazaki, il resto lo lascio alla visione, per la quale vi assicuro vale la pena perdere tempo.

M.B.

lunedì 28 ottobre 2013

La strada e Melancholia. Due modi di vedere la catastrofe



Ce la caveremo papà?
Si. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male.
Esatto.
Perchè noi portiamo il fuoco.
Si. Perchè noi portiamo il fuoco.
La Strada, Cormac McCarthy



Nei film, nei romanzi, nei fumetti, nei videogiochi, quante volte abbiamo visto in scena il futuro, più o meno, catastrofico dell’umanità e del nostro pianeta? Questo può sicuramente essere il sintomo costante della consapevolezza dei rischi a cui la nostra società va incontro, della paura degli effetti devastanti dei nostri mezzi tecnologici, dall’ansia data dagli squilibri sociali, dal sovrapopolamento e delle proiezioni statistiche sull’esaurimento delle risorse materiali ed energetiche.
Alla luce di queste paure, molti teorici hanno cercato di interpretare la sfuggente situazione presente e ipotizzare una possibile chiave di volta per un cambiamento che ci permetta di affrontare il nostro tempo e quello che deve ancora venire, come nel caso del sociologo e scrittore tedesco Ulrich Beck e della sua teoria della “società del rischio”, emblema, a suo parere, della nostra quotidianità.
Questa premessa è un incipit volto a riflettere su due opere, una letteraria e una cinematografica, che ci parlano entrambe di catastrofe in maniera molto diversa : “La Strada” di Cormac McCarthy e “Melancholia” di Lars Von Trier.
Nella visione del nostro presente teorizzata da Beck, ovvero quella della società del rischio, gioca un ruolo davvero importante il formarsi di una comunità di pericolo, che spronata da un rischio di portata globale ha l’occasione, il dovere e la necessità di prendere coscienza e muoversi all’azione. Tutto questo fa pensare al delinearsi di una dimensione più collettiva e gregaria, oltre che a una speranza e una fiducia di uscire dallo stagnamento creato dalla natura invisibile e incerta del rischio. Il romanzo di Cormac McCarthy porta in scena un’immagine del futuro, del mondo, degli uomini e dei loro oggetti totalmente differente.



  

I due protagonisti del Romanzo sono completamente soli, vagano per un mondo completamente distrutto, freddo e oscuro, non c’è traccia di solidarietà sulla strada che “L’uomo” e “il bambino” percorrono incessantemente, anzi gli altri uomini sono visti come un pericolo, come entità malvage da cui stare alla larga. L’uomo e il bambino sono i “buoni” e si contrappongono agli altri che sono “cattivi”, si innesca quasi una lotta per la sopravvivenza in un mondo che ormai sembra non avere più risorse da offrire.
Il paesaggio è ricoperto di cenere, l’orizzonte è una distesa di rovine, la natura è completamente sfigurata e gli oggetti che i due personaggi trovano rimandano ad una civiltà che ormai sta scomparendo, responsabile implicito di un incubo che si è realizzato e che ora è realtà attiva, con le sue logiche e le sue caratteristiche da affrontare. Sembra di essere tornati ad uno stadio primitivo della civiltà, dove l’uomo per sopravvivere deve accontentarsi di ciò che trova in giro, di ripararsi in posti di fortuna, di andare avanti continuamente in una perenne battaglia per restare in vita, tuttavia, a differenza della nostra immagine di primitività dove l’uomo è raccoglitore e cacciatore ed è perfettamente inserito nell’ambiente naturale e nel suo ciclo vitale, nel romanzo di McCarthy la natura non ha più nulla da offrire, non ci sono piante, ne grotte dove ripararsi, non ci sono animali da cacciare, ci sono solo i resti di una vita lontana ormai in deperimento. I due protagonisti si riparano sotto un telo di plastica, si portano dietro un carrello di cianfrusaglie e di cibo in scatola, l’unico nutrimento che sembra essersi salvato dalla distruzione. Tutto il mondo delineato da McCarthy sembra essere una grande discarica, perfino il mare, raggiunto dai due protagonisti nell’ultima parte del romanzo, si presenta come una distesa scura e fredda dove sopravvive solo un relitto arrugginito e mal messo. 






In un immaginario simile non trova posto la speranza, né l’immaginazione di un futuro migliore. Scorrendo le pagine del libro sembra proprio non avere nemmeno senso pensare ad una via di uscita, ad una svolta che possa far uscire i due protagonisti e l’umanità da quella arida distesa di cenere che è il mondo. L’immaginazione sul futuro e i suoi rischi, che nel pensiero di Beck deve essere l’input per la presa di coscienza del singolo e per la formazione di una comunità di pericolo globale, in McCarthy manca del tutto, non c’è futuro a guidare le azioni dei due protagonisti né immaginazione a figurare i rischi del domani, c’è solo l’autoconservazione presente, la ripetitività del passo lento su una lingua d’asfalto che conduce ad una meta senza nessun significato. Quel mare che dovrebbe simboleggiare la via per un posto migliore e lontano,  in realtà è soltanto una massa oscura, fredda e insormontabile.
L’immagine del mondo che emerge da “La Strada” è qualcosa di quasi surreale, rappresenta la nostra paura più estrema rispetto al nostro futuro. Leggendo il romanzo è difficile credere che la nostra vita possa davvero trasformarsi in un tenebroso vagabondaggio tra cenere, macerie e pioggia gelida, tuttavia la scena risulta così forte e opprimente nella sua ripetitività da smuovere, a mio parere, un sentimento di angoscia che ci fa riflettere sul valore della nostra vita e sull’importanza di preservare il nostro pianeta.




Se l’analisi di sociologi o filosofi come Beck o Benjamin cercano di analizzare la realtà e la storia razionalmente e di mettere in luce buoni argomenti per cui è necessario un cambio di rotta, l’arte con le sue tinte forti e le sue potenti immagini fa presa sul nostro lato emotivo, smuove i nostri sentimenti e fa emergere le nostre paure. Anche questo, a mio parere, può essere un input forte alla riflessione e all’azione. Non a caso Benjamin per esprimere il suo concetto di storia come un’immensa catastrofe parte proprio dal gioco immaginativo con un piccolo quadretto di Paul Klee dal quale egli non si è mai separato. Sono tanti gli spunti che l’arte offre sul tema del rapporto dell’uomo con la catastrofe, nel mio caso particolare la lettura del romanzo di McCarthy mi ha rimandato ad una interpretazione cinematografica che rappresenta la catastrofe in modo sicuramente molto differente da quella presentata dallo scrittore statunitense, ma che può, a mio parere, dare buoni spunti di confronto. Mi sto riferendo al film “ Melancholia” di Lars Von Trier.
Nell’opera di Von Trier il tema centrale è il rapporto tra due sorelle Justine e Claire, sullo sfondo di un imminente catastrofe planetaria dovuta all’impatto con la terra di un pianeta azzurro e bellissimo di nome Melancholia. Il film, oltre ad analizzare la complicata relazione tra le sorelle e a mettere in luce una profondissima analisi psicologica dei personaggi, ci mostra a fronte delle differenze caratteriali, di vita e di aspettative delle due sorelle, il diverso stato di attesa e reazione alla catastrofe imminente. Justine, sprofondata in una terribile depressione catatonica la sera del suo stesso matrimonio non chiede più nulla alla vita, è priva di ogni tipo di aspettativa o speranza, niente la soddisfa e dopo aver tradito e lasciato il suo novello sposo, arriva a dipendere totalmente dalla sorella Claire costretta ad accudirla ed aiutarla per ogni cosa. Claire invece vive una vita “normale”, ha un marito e un figlio di nome Leo. Nel frattempo, come già accennato, il cielo che sovrasta i nostri personaggi diventa il teatro di una possibile irreversibile catastrofe che segnerebbe la fine del mondo. Un pianeta, Melancholia, dopo aver offuscato la stella Antares si sta avvicinando alla terra minacciosamente, secondo il marito di Claire, esperto di astronomia, le probabilità che l’impatto si verifichi sono scarse, tuttavia strani fenomeni atmosferici e strani comportamenti negli animali (i cavalli si imbizzarriscono apparentemente senza motivo) fanno presagire che non sia così. Il pianeta infatti si avvicina sempre di più e ora è la sorella “forte”, Claire, a soffrire di crisi depressive ed è invece Justine ad affrontare la catastrofe imminente con più tranquillità e sicurezza. La situazione via via che il pianeta si avvicina sale in un climax di tensione, il marito di Claire, capito ormai il destino della terra, si suicida lasciando la moglie, Justine e il piccolo Leo soli ad affrontare l’impatto. Justine è ora la forte del gruppo, colei che era troppo “ debole” per la vita diventa ora, nella catastrofe, la più forte. L’impatto è imminente, Justine decide quindi di costruire un rifugio immaginario, una piccola capanna di legno, con il nipotino Leo. I tre personaggi entrano nella “ grotta magica” si tengono per mano aspettando l’impatto tutti e tre assieme in un’immagine ormai mistica (o messianica) di attesa. Melancholia colpisce la terra in un esplosione che riempie completamente lo schermo.





Quello che si può ricavare di utile per la nostra riflessione dal film di Von Trier sono soprattutto i temi dell’immaginazione e della solidarietà già presenti in qualche modo sia in Beck che in McCarthy.
Justine, come i due protagonisti di Mc Carthy, sembra non avere speranze, non c’è un futuro davanti a lei. La depressione la pervade a tal punto da vivere ormai in una monotonia quasi irrazionale, non progetta, non immagina perché non ne ha bisogno. Non c’è futuro e quindi non c’è nulla da immaginare. Proprio per questo nel momento della catastrofe è lei quella più forte, in quanto l’ha già accettata da tempo. Claire al contrario è immersa nella sua vita, per lei l’impatto di Melancholia è la distruzione di tutte le sue speranze, di tutti i suoi progetti, ella vorrebbe fare qualcosa ma si sente impotente, vorrebbe reagire in qualche modo, ma la distruzione è inevitabile perché ormai è in atto. Questo può rimandarci a Beck e alla natura intermedia tra sicurezza e distruzione del rischio. Proprio perché il rischio è ancora “virtuale” e non è ancora in atto può essere l’input per l’azione e deve esserlo. Si può agire nella previsione di una catastrofe che si potrebbe evitare mentre, come ci insegnano Melancholia e La Strada, non sembra esserci futuro nel disastro totale in atto.
L’altro tema, come accennato, è quello della solidarietà. I personaggi di Von Trier si riuniscono insieme sotto un riparo, che se pur fittizio, simboleggia quel bisogno di sicurezza comune e quella necessità di affrontare insieme la catastrofe. Questo, ovviamente, può rimandarci ancora a Beck e alla necessità di formare una comunità globale di pericolo che possa con un sincero sforzo sinergico affrontare e vivere il rischio con nuova coscienza.





sabato 26 ottobre 2013

La lampada di Aladino e altri racconti per vincere l'oblio

Una raccolta di fantastici racconti che celano la vita di un uomo che non ha ancora smesso di scommettere sull'esistenza di un'umanità fuori dal coro, capace di avere forti ideali e credere nei sentimenti.

 



Luis Sepùlveda, scrittore, giornalista, scenografo, regista ed attivista cileno, rappresenta una personalità eclettica e attiva del nostro tempo. Nasce in Cile nel 1949, ma si trova costretto a lasciare la terra natia dopo un'intensa stagione di scontri politici, conclusasi con la sua incarcerazione da parte del regime di Pinochet. Questa suo forte attivismo e l'attrazione per le tematiche sociali ed ambientali, lo ha portato a viaggiare molto anche al seguito di associazioni come GreenPeace o enti come l'UNESCO.
Agli appassionati lettori di Sepùlveda sicuramente non sfuggono le opere primarie, come ad esempio Il vecchio che leggeva romanzi d'amore, ma nemmeno le minori e la forte relazione che queste hanno con la vita dell'autore. Tuttavia, io personalmente non posso mettermi in questa schiera di sostenitori documentati, non perchè non apprezzi i suoi lavori, ma perchè mi sono spesso orientata su altre letture. Certamente non posso dire di non essere entrata in contatto con i suoi famossissimi La storia della gabbianella e del gatto che le insegnò a volare e La storia del gatto e del topo che diventò suo amico, presenti in molti libri di testo scolastici e da annoverarsi nelle storie per la buona notte e da raccontare ai bambini, ma non posso sicuramente dirmi un'esperta. 
Recentemente mi è capitato di leggere il libro La lampada di Aladino e gli altri racconti per vincere l'oblio, un racconto semplice, di facile lettura, che si fa leggere molto volentieri anche in differenti momenti poichè le storie sono molteplici ed autoconclusive. Una delle caratteristiche delle opere di Sepùlveda è sicuramente quella di celare sotto uno stile quasi fiabesco e le trame fantasiose piccoli pezzi di sè, delle sue convinzioni e dei valori per i quali si batte da tutta la vita. In questa raccolta si possono sicuramente trovare anche note decisamente autobiografiche, riferimenti a personaggi reali e accenni delle sue avventure. Attraverso queste piccole storie ripercorriamo la vita dell'autore, saltellando tra i suoi temi più cari e ricorrenti: l'avventura, l'impegno politico, il viaggio verso il nuovo, la ricerca, l'utopia e l'amore. Ciò che inoltre non manca mai nei suoi racconti è sicuramente l'ironia e la strabiliante capacità di saper raccontare storie, coinvolgere ed appassionare il lettore. La sua vita trasmuta in avventure fantastiche ed arriva ai nostri occhi ed al fanciullo che è in noi risvegliandone la curiosità. Ma non è solo il nostro fanciullo interiore ad essere nutrito dalle storie di Sepùlveda, anche il nostro io adulto e razionale vi trova le incitazioni per affrontare la vita giorno per giorno, andare sempre avanti seguendo le proprie convinzioni e lottando per i propri ideali. Vi si trova la spinta a dare fiducia a questa umanità alla deriva, che non si è completamente conformata ed omologata agli standard di sopravvivenza, ma cerca ed ha ancora dei valori da perseguire e proteggere.
O.P

lunedì 21 ottobre 2013

Autunno sul monte Kum Gang

"Il monte Kum Gang non si dimentica neppure nel sonno"
[detto coreano]


Autunno sul monte Kum Gang

Abbiamo già avuto modo di parlare positivamente di Mutty in occasione della sua inaugurazione avvenuta lo scorso 22 settembre a Castiglione delle Stiviere. Come avevamo accennato, la partenza prometteva già bene, non solo per l'ottima organizzazione dello spazio, per l'eccellente servizio svolto dalla raffinata caffetteria e dal ricercato Book Shop al piano terra, ricco di proposte letterarie davvero interessanti, ma, inoltre, per il corposissimo carnet di eventi in programma per i prossimi mesi.
Dopo la precedente mostra collettiva su Bruno Munari, organizzata da Corraini Arte Contemporanea Edizioni, che aveva dato il via alle iniziative del Mutty, sabato 19 Ottobre è stata inaugurata una nuova mostra intitolata "Autunno sul monte Kum Gang". Noi di Philartdesign ci siamo stati ed è stata una bellissima esperienza.
La mostra si presenta come uno stimolante scorcio sulla produzione artistica nordcoreana. Le opere proposte sono di difficile reperabilità e sono potute arrivare a far parte di questa mostra grazie al competente lavoro culturale e alla grande sensibilità artistica di Pier Luigi Cecioni, presidente dell'Associazione culturale studi nordcoreani di Firenze, in collaborazione con lo Staff di Mutty, che ha dimostrato la sua perspicacia e la sua passione nel cercare di proporre percorsi culturali non troppo battuti, ma sicuramente di grande importanza artistica e ricchi di spunti di riflessione sul nostro presente.
L'esposizione contiene principalmente due tipologie di opere: alla prima tipologia appartengono i dipinti realizzati con la tradizionale tecnica pittorica denominata "Korean Painting" (di cui parleremo in seguito), mentre la seconda tipologia consiste in una serie di manifesti di propaganda commissionati dal regime e dipinti a mano.
Tutte le opere a china e parte dei manifesti sono stati realizzati dal Mansudae Art Studio di Pyongyang, la capitale della Corea del Nord. Fondato nel 1959 è uno dei più grandi centri di produzione artistica mondiale e, ovviamente, il più importate del Paese. Situato vicino al centro della città, occupa una superficie di 120000 metri quadri e ospita 4000 addetti di cui circa 1000 sono artisti. Il Mansuedae Art Studio ha realizzato quasi tutte le opere ufficiali della nazione comprese quelle monumentali e ha parecchie richieste anche all'estero. Esso è diviso in 13 gruppi creativi, tra cui il più importante è quello del Korean Painting. Altri gruppi sono pittura a olio, scultura, xilografia, poster, arti applicate, design, ricamo mosaico e Jewel Painting, una tecnica tipicamente coreana che utilizza pietre ridotte in polvere. Gli artisti del Mansudae hanno un'età che va dai 23 anni ai 70 e sono quasi tutti laureati alla facoltà delle belle arti di Pyongyang, l'ammissione alla quale è particolarmente difficile. Dopo la laurea solo gli artisti migliori sono invitati ad entrare nel Mansudae, in questo modo viene riconosciuta l'abilità dei singoli e, all'interno di esso, tutti gli addetti godono di uguale dignità. Dal 2006 Il Mansudae Art Studio ha una rappresentanza in Italia e dal 2009 ha anche un bellissimo spazio espositivo nel distretto 798 di Pechino, uno dei quartieri di arte contemporanea più attivo e vivace del mondo.



Passando allo specifico contenuto della mostra, come già accennato, insieme con il dipinto che da il nome all'esposizione, troviamo alcune opere realizzate con la tecnica del Korean Painting, tradizionale pittura a china policroma su carta, che raffigurano paesaggi montuosi. Con la stessa tecnica, a troneggiare su un'ampia parete bianca, troviamo "Giovani che costruiscono una centrale elettrica", l' opera principale della mostra. Questo dipinto di grandi dimensioni (1,75x3,50) raffigura un gruppo di giovani intenti a trascinare, con quella che sembra essere un'enorme slitta, i materiali necessari alla costruzione di una centrale elettrica in una zona montagnosa ed impervia. Il soggetto risulta riferibile al realismo socialista sia nel contenuto che nello stile e si presenta come una celebrazione dell'impegno e della fatica necessari alla costruzione delle infrastrutture per produrre energia, soprattutto in un territorio per l'80% montagnoso come quello nordcoreano.
Sia negli splendidi paesaggi che in quest'ultima opera, si può ammirare l'enorme maestria necessaria alla produzione di opere secondo i dettami stilistici del Korean Painting.
Il Korean Painting viene eseguito tradizionalmente in orizzontale, formato permettendo, somigliando in questo alle calligrafie. Il foglio è steso su un piano rivestito da uno spesso panno morbido e tenuto fermo tramite dei pesi. L'artista lavora su carta asciutta e molto assorbente, i colori sono variamente diluiti in acqua e hanno una gamma abbastanza ristretta, di norma 10 o 15. In questo tipo di pittura è necessaria una destrezza tecnica che non è assimilabile a quella dell'acquerello occidentale, infatti tutto si gioca sulla capacità dell'artista di valutare l'assorbimento del colore da parte della carta e di riuscire quindi a controllarne la stesura e la fluidità. Inoltre è necessario che il pittore abbia un controllo perfetto sulla mano per poter ottenere le tipiche velature cromatiche insieme ad una definizione più marcata e precisa delle figure, quasi miniaturiale. Inutile dire nell'ambito di una simile tecnica pittorica le correzioni e le cancellature sono assai difficili, perciò è necessario meditare a lungo sull'esecuzione e scegliere al meglio carta, pennelli e colori.
L'impatto visivo di questi dipinti è veramente eccezionale. Davanti ai nostri occhi si aprono paesaggi montuosi avvolti dalle nuvole, spuntoni di roccia dove la vegetazione si arrampica maestosa. Il verde, l'arancio e il rosso delle foglie campeggiano sui toni grigi del minerale e sui tenui azzurri-grigiastri del cielo che si insinua tra le frastagliature dei monti. Sono scorci su una natura che ci si presenta come qualcosa di sacro, di svettante, quasi un collegamento tra una dimensione divina e l'arte degli uomini.
Con Pier Luigi Cecioni abbiamo avuto modo di interrogarci sul perchè in Corea la pittura sia così legata alla figuratività a discapito delle evoluzioni più concettuali tipiche della contemporanea arte occidentale che tende invece a rompere gli schemi, a sovraccaricare i suoi prodotti di significati e concetti, a sfociare costantemente nella critica andando spesso oltre il suo aspetto fenomenico, in relazione ad una storia dell'arte che sembra sempre aver bisogno della sua avanguardia per progredire. Parlandone abbiamo evidenziato quanto sia importante per capire un'arte come quella Coreana il ruolo della tradizione, soprattutto quella legata al pensiero confuciano, e l'autonomia di questa rispetto a logiche economiche e di critica tipiche dello sviluppo dell'arte occidentale, ma che è nello stesso tempo, come dice bene Pier Luigi Tazzi, "espressione di una società guidata, controllata e diretta da un'ideologia dominante, il socialismo confuciano di stato, o, più precisamente per l'arte e la cultura in genere, dall'idea di Chuch'e, una sorta di valorizzazione autarchica di un'etica unitaria nel rispetto assoluto del Partito dei lavoratori e dei leader del paese, che detengono il potere". I soggetti dei dipinti sono quindi simili fra loro, la tecnica utilizzata è la stessa, ma questo non è un problema per gli artisti coreani, questo non toglie valore alla loro opera. La copia non è vista come qualcosa di disonorevole, qui non siamo all'interno di quel paradigma mimetico dell'arte occidentale che, da Platone in poi, ha visto l'arte come mera copia della realtà, portandola, dapprima, alla ricerca sulle tecniche di osservazione e all'impianto teorico della prospettiva, fino ad arrivare alla radicale distruzione e decostruzione di quest'ultimo in favore di tendenze che rifiutano la stessa rappresentazione e si aprono all'astratto e al concettuale. In questo contesto, quello coreano, si ha piuttosto a che fare con un continuo far emergere la tradizione, che si conserva e si rinnova nelle espressioni individuali, senza mai perdere la sua unità, senza mai disgregarsi e rompersi. Il tratto individuale degli artisti si applica solamente all'abilità tecnico-artigianale di ognuno di essi, senza investire nè il progetto ideale nè le scelte iconografiche, stabiliti a prescindere dalla volontà individuale.
Su questo punto risulta essere particolarmente esplicativa una dichiarazione di Kim Jong Il, ovvero che "Un quadro dev'essere dipinto in modo tale che l'osservatore possa comprenderne il significato. Se le persone che guardano il quadro non riescono a capirlo, per quanto possa essere dotato l'artista che l'ha dipinto, non si può dire che si tratti di un buon quadro". Da questo intervento si può comprendere quanto sia importante per l'arte coreana essere fruibile da tutti. Deve essere l'espressione di qualcosa che va al di là della volontà individuale e che si radica nell'unità e nell'identità di una nazione stretta intorno alla propria tradizione e al proprio Leader, che non ha conosciuto, come dice Maurizio Riotto, "quel confronto tra le classi sociali, frutto anche del rapido sviluppo economico, che invece ha contraddistinto la recente storia (ad esempio) della Corea del Sud" portando in questo modo a grandi movimenti artistici di contestazione assenti, invece, in Corea del Nord.
Dopo queste considerazioni sulla figuratività della pittura tradizionale nordcoreana, possiamo passare alla descrizione dell'altra tipologia di opere esposte che costituiscono la maggior parte della mostra, ovvero i manifesti.
Tutti dipinti a mano, a tempera e talvolta ad acrilico, i manifesti si possono dividere tematicamente in due macrocategorie: politico/militare e sociale. La loro funzione risulta essere molto chiara, ovvero è quella di diffondere messaggi di varia natura. Questo intento viene sempre espresso attraverso un'immagine di facile comprensione e di grande impatto visivo insieme ad una scritta esortativa, celebrativa o esplicativa, di solito uno slogan retorico e roboante.



Il manifesto è commissionato normalmente da un ente statale ad un artista e una volta approvata viene riprodotta dall'artista stesso e da altri a seconda della quantità desiderata. La riproduzione, venendo fatta a mano, mette in luce differenze stilistiche, anche marcate, tra le varie copie, che quindi, in un certo senso, possono considerarsi opere uniche.
Parlando delle principali tematiche, quella politica/militare è espressa il più delle volte con messaggi che tendono alla critica all'imperialismo degli americani e dei giapponesi, visti rispettivamente come possibili invasori ed ex invasori. E' interessante come, in questo contesto, non si parli mai di attaccare, ma sempre di difendersi. Gli americani sono visti come una minaccia per l'autonomia dello stato, come mostri che si travestono da essere innocui per poi attaccare con l'inganno e da cui, perciò, è necessario difendersi con la forza (le scritte dei manifesti legati a questo tema, come ci ha fatto notare Cecioni, sono spesso risibilmente truculente ed associabili ad un linguaggio tipico del mondo del fumetto). A questo proposito, secondo noi, è splendidoil manifesto "Non lasciamoci ingannare dai travestimenti degli imperialisti americani", che raffigura un soldato americano, caratterizzato da pelle violacea, unghie lunghissime e occhi demoniaci, intento ad avanzare con un coltello in mano, nascosto da un esile fuscello adornato da frutti rossi, simbolo di pace e bontà. Dal punto di vista visivo risulta davvero eccezionale.
Altra tematica dei manifesti, fortemente collegata all'ambito militare, è sicuramente l'esortazione e la glorificazione dei soldati e delle forze belliche statali. In questi manifesti spiccano i colori della nazione, in particolare il rosso e il blu, inoltre i militari vengono rappresentati come fieri difensori della patria.
Passando alla tematica sociale, si parla per lo più di esortazioni a comportamenti pratici quotidiani, in particolar modo legati al risparmio energetico e all'economia domestica, oppure a seguire le direttive del governo e a tenere un atteggiamento positivo. Altri invece hanno un intento più celebrativo come quelli riguardanti lo sviluppo di nuove tecnologie utili al Paese.
Queste opere, dal punto di vista puramente visivo, sono caratterizzate da immagini tese a colpire la coscienza dello spettatore, dipinte con colori sgarcianti e molto accesi, dove il rosso, che richiama al fuoco, elemento mobile e purificatore che allude alla rivoluzione socialista, è spesso il protagonista a livello cromatico. Il messaggio risulta quasi sempre immediato e alla portata di tutti, anche grazie alle scritte che accompagnano sempre le immagini.
Tra le cose che ci hanno colpito di più, oltre alla costante felicità quasi irreale che alberga in ognuna di queste rappresentazioni, è la presenza della donna come soggetto abituale, soprattutto nei manifesti sociali. La donna, come ci ha confermato Cecioni, ha un ruolo sociale molto importante ed è la destinataria di numerosi compiti, soprattutto, riguardanti le faccende domestiche e la gestione famigliare. Detto ciò è quindi normale che molti manifesti a tematica sociale come quelli sul risparmio dell'acqua, sull'allevamento o sulla itticoltura abbiano come protagoniste proprio le donne.
Per concludere, Autunno sul monte Kum Gang, si configura come un'importantissima occasione per entrare in contatto con un mondo e un'arte profondamente diversa dalla nostra, una mostra che ci fa riflettere, ci chiede espressamente di liberarci dei nostri pregiudizi e di ammirare la maestria e la cultura millenaria di un popolo "eremita", che pur nei suoi difetti e nei suoi problemi, è troppo spesso caricato, come tutte le cose che non si conoscono, di molti aspetti mostruosi e fantasiosi in modo forse un pò artificioso e imprudente. Riconoscere il valore artistico e l'importanza storica di questi artisti vuol dire compiere un atto di onestà intellettuale, riuscire a decentrarsi per un momento dalla nostra visione e riflettere non solo sulla nostra storia dell'arte in corrispondenza con una realtà tanto diversa, ma anche sulle logiche sociali, economiche e politiche che ne accompagnano la produzione.


domenica 20 ottobre 2013

Orfani

Un gruppo di bambini è addestrato per diventare un'unità di spietati e impavidi guerrieri. Dopo un violentissimo attacco alieno il riscatto della terra parte da loro. Gli Orfani di Mammuccari e Recchioni sono pronti a farsi conoscere in questo fumetto di fantascienza soft, adrenalinico come i migliori blockbuster americani e incalzante come un videogame.






Se avete internet e vi interessate in qualche modo di fumetti non avete potuto non sentirne parlare. Tra promozioni, anteprime, opinioni, interviste, gossip di mercato, promozioni al gamestop e il numero 90 di XL, di "Orfani", la nuova serie Bonelli ideata da Roberto Recchioni e Emiliano Mammuccari, si è parlato moltissimo e la curiosità per la sua uscita è salita vertiginosamente. Se aggiungiamo inoltre che è la prima serie Bonelli ad essere pubblicata interamente a colori, i fattori che innalzano l'hype della serie sono davvero tanti.
Fatta questa premessa, parlerò molto sinceramente. Io sono uno di quelli che ha preso Orfani per la grande pubblicità fatta su blog e siti dell'ambiente fumettistico, perchè da alcuni è stato presentato come una "boccata d'aria fresca", perchè sembrava una figata, perchè si promettevano botte, robottoni e fantascienza, perchè ho messo il "Mi piace" sulla pagina facebook di Orfani per ricevere gli aggiornamneti e la mia situazione mentale, quanto a curiosità, era del tipo "dai, quando esce voglio proprio vedere un pò che cavolo è sto Orfani" e cose simili. Perciò il 16 ottobre eccomi in edicola ad acquistarlo, per dare sfogo alla mia curiosità. Come si può evincere da quello che ho appena detto non sono un fruitore abituale di fumetti Bonelli, non ho opinioni in merito, semplicemente mi sono sempre direzionato su altri tipi di produzioni, percorsi della vita e attrazioni istintuali, nulla di più.





Esprimerò perciò le mie opinioni su Orfani libero da ogni pregiudizio e da ogni cognizione storicizzata del lavoro Bonelli, così come se fossi di fronte a qualsiasi altro fumetto. Qualcuno potrebbe prendere questa premessa come un'ammisione di ignoranza, e in fondo è proprio così, ma da amante del fumetto in generale e da lettore abituale di questi in tutte le salse, credo comunque di poter esprimere un giudizio solo sulla base di ciò che ho letto tenendo ovviamente conto del target di pubblico a cui è rivolto, del soggetto e del tipologia e modalità di distribuzione.
Partiamo dalla trama. Orfani presenta una storia non troppo originale, ma comunque gradevole e ben narrata, infatti il tutto comincia con un classico tema della fantascienza contemporanea ovvero: un catastrofico attacco alieno alla terra. I piani temporali che ci vengono presentati sono due. Nel primo la terra è stata appena attaccata da un potente e misterioso raggio alieno che ha devastato l'intera europa. Tra i pochi soppravvissuti all'attacco, un gruppo di bambini viene prelevato dalle forze militari e successivamente messo alla prova per formare una squadra di combattenti d'elite. Nel secondo piano invece ci troviamo nel bel mezzo di una battaglia tra terrestri e alieni, alla quale parteciperanno anche GLI ORFANI, ormai cresciuti e diventati combattenti fortissimi e spericolati.
Il salto temporale è ben congeniato e crea la giusta suspence e curiosità sia per scoprire gli eventi che hanno portato un gruppo di bambini spaventati a diventare dei guerrieri così forti e sia, ovviamente, per sapere come si evolverà il conflitto tra gli alieni e i terrestri. Perciò le premesse per prendere il secondo volume ci sono tutte.
Se la trama non presenta di certo una particolare originalità, è tuttavia raccontata con dinamicità e scorrevolezza. Inoltre le relazioni e le caratterizzazioni dei personaggi sono buone, anche se un pò stereotipate. Gli orfani si delineano, già da questo primo volume, come un gruppo di personaggi dalle caratteristiche ben definite, differenti nel carattere e nel modo di fare, che impariamo subito ad amare o odiare. La struttura, il modo di raccontare i fatti e i personaggi non possono non ricordarci certi telefilm e film di chiaro stampo statunitense, oltre al mondo videoludico. Questa ultima caratteristica è secondo me è degna di nota. Sfogliando Orfani sembra di aver a che fare con un (ben fatto) blockbuster all'americana: l'azione è adrenalinica, i dialoghi sono spesso un insieme di slogan, citazioni e frasi ad effetto, le immagini sono spettacolari, i personaggi hanno un carisma "da videogames", quasi potessimo scegliere quello che più ci piace, a seconda delle sue qualità, per farlo muovere sullo schermo.



Un'ultima particolare attenzione la meritano i disegni. Il lavoro di Mammuccari e il colore di Lorenzo de Felici e Annalisa Leoni sono davvero molto buoni. Il tratto di Mammuccari è semplice e raffinato e fortemente cinematico nella costruzione delle tavole. Gli ambienti e i personaggi sono magistralmente delineati, le scene di azione hanno la giusta dinamicità ed esprimono ottimamente la tensione, nello stesso tempo il disegno è sempre molto efficace anche nelle scene più riflessive. I colori sono vividi e sgargianti nelle scene più concitate, mentre si fanno più crepuscolari e tenui in situazioni più intime, risultando sempre estremamente funzionali alla narrazione e all'impatto percettivo ed emotivo sul lettore.
Per concludere, Orfani è un fumetto piacevole di fantascienza "soft", senza particolari pretese dal punto di vista riflessivo, non molto originale nella trama, ma comunque capace di intrattenere il lettore con un livello di tensione sempre alto e uno stile grafico fluido e raffinato. A mio personalissimo parere, non è un capolavoro, anzi è un fumetto nella norma, certamente di buona qualità, ma che non cambierà la vita a nessuno al quale, comunque, credo di dare una seconda opportunità prendendo la prossima uscita per vedere come proseguiranno le vicende introdotte in questo primo volume.

giovedì 17 ottobre 2013

Porto Poetic

Un viaggio nell'architettura portoghese da Siza a Souto Moura capace di portarci all'interno di una sensibilità unica, di un modo di progettare che non corre, non salta i passaggi ma procede step by step nel rispetto del territorio e della cultura tradizionale.



"Mi piacerebbe scrivere sull'architettura come solo i poeti sanno fare, perchè essi non sono nè critici nè architetti, ma ricercatori/artigiani che cercano l'essenza dandole una forma. Non capiscono, o non si accorgono, di cronologie, di tecniche o di funzioni e, ancor meno, di relazioni esplicative riguardanti contesti culturali, ancor meno filosofiche. Non applicano altri criteri se non quelli scaturiti dall'emozione estetica che si concretizza nella parola. E se il tema in questione è l'architettura, non sappiamo più cosa preferiamo tra essa e la poesia. Se io fossi così, e mi piacerebbe esserlo, potrei scrivere senza dover utilizzare parole estranee: Alvaro, la tua opera è una poesia di geometria e silenzio, di angoli acuti e piatti, perchè tra due linee vive il bianco". [Alexandre Alves Costa]

La mostra Porto Poetic vuole esplorare e mostrare al pubblico quella sensibilità particolare, forse più "lirica" tipica dell'architettura portoghese, capace di estrapolare dall'astrazione il significato. Il nome riprende, non a caso, la pubblicazione del 1986 "Alvaro Siza, Professione Poetica", che ha portato nel panorama internazionale l'architettura portoghese fino a quel momento considerata vernacolare e legata ad una sorta di regionalismo. Protagonisti indiscussi della mostra, presente nello spazio galleria della Triennale di Milano, sono i progetti di Alvaro Siza e la sua poetica architettonica. Accanto a questo progettista trovamo un'altra figura chiave dell'architettura portoghese: Eduardo Souto de Moura. Per avere una panoramica generale di questa sensibilità ritroviamo progetti e lavori anche degli architetti: Fernando Távora, Adalberto Dias, Camilo Rebelo and Tiago Pimentel, Carlos Castanheira, Cristina Guedes e Francisco Vieira de Campos, Isabel Furtado e João Pedro Serôdio, João Mendes Ribeiro, José Carvalho Araújo e Nuno Brandão Costa. 



La mostra è suddivisa in 3 nuclei: Poetic, Design, Community. L'approccio con questi autori e questa sensibilità avviene attraverso mezzi variegati. Sono utilizzati infatti video esplicativi che riportano immagini, foto e brevi sequenze volte a mostrarci nel dettagli progetti specifici. Altri video invece ci permettono di assistere ad interviste all'autore stesso o a critici. Questi mezzi ci danno una visione più analitica di ciò al quale ci stiamo rapportanto, dandoci nozioni sul contesto e sulle specifiche peculiarità della poetica architettonica portoghese. Possiamo inoltre trovare una grande quantità di oggetti di design, è possibile vederli da vicino, toccarli ed ammirare la grande cura del dettaglio, lo studio minuzioso, che parte dalle piccole cose e cerca il giusto tempo per realizzarle, alla base di questi lavori. 



Questa progettazione step by step, ponderata e molto consapevole la ritroviamo nei lavori architettonici. Nelle teche infatti possiamo vedere tutti i passi della progettazione a partire dagli schizzi, passando per i disegni, per arrivare alla creazione delle maquette tridimensionali e finalmente alla realizzazione in scala reale in loco. 




Questo iter processuale risulta quindi particolarmente evidente e non può non affascinarci, ci rende parte del processo di ideazione e realizzazione di queste fantastiche opere. Accanto a questi materiali troviamo anche pannelli esplicativi che ci aiutano ad approcciarci con questa sensibilità decisamente particolare. Come sostiene Mirko Zardini, infatti, le opere di Alvaro Siza, fin da quando sono comparse sulla scena internazionale ci sono sembrate contemporaneamente vicine e lontane, parte di una nuova cultura europea che si stava sviluppato dagli anni '70 in poi. Sono architetture che si avvicinano ai luoghi attraverso elementi formali, l'insediamento nel lotto, il dialogo con le pre-esistenze o l'uso dei materiali, ma che attraverso questi stessi elementi definiscono una declinazione differente, un tono, un carattere specifico. Particolarmente interessanti a mio parere sono i progetti di piscine, realizzati da Alvaro Siza, proprio per l'integrazione con il luogo che mostrano, la relazione che instaurano con i dislivelli del territorio, che sapientemente il progettista sa riprendere nelle forme e nelle strutture artificiali che innesta nell'ambiente. C'è una sorta di continua tensione tra tradizione ed innovazione nei lavori di Siza, l'autore stesso infatti dichiara "la tradizione è una sfida all'innovazione. E' fatta di inserti successivi. Sono conservatore e tradizionalista, cioè mi muovo tra conflitti, compromessi, meticciaggio, trasformazione...". Nei suoi lavori non si vede una nostalgia al passato, una ricerca di ricostruzione identica al passato, ma si vede una conoscenza della tradizione, una capacità di relazionarsi in modo non conflittuale, non distruttivo con il passato, senza rinnegarlo ma senza emularlo. 



Questa mostra ci da la possibilità di avvicinarci e rapportarci con questo modo di pensare, questo modo di fare architettura ed essere progettisti davvero interessante. Ci si trova immersi nella progettazione. L'allestimento riesce a valorizzare i progetti ed i materiali esposti. In particolare le fotografie dei progetti tutte incorniciate singolarmente, ma avvicinate, composte a formare geometrie d'insieme insieme alle proiezioni creano un ambiente davvero coinvolgente. 
Per concludere penso quindi che sia una mostra adatta agli adetti ai lavori, ma non solo, è una mostra che può avvicinare tutti a questo mondo del progetto che spesso sembra un pò esclusivo.   

informazioni specifiche su orari di apertura e costi: http://www.triennale.it/it/home
Per maggiori informazioni riguardo agli autori e per vedere le immagini dei progetti on line: http://alvarosizavieira.com/ 
http://it.wikipedia.org/wiki/Eduardo_Souto_de_Moura 
http://it.wikipedia.org/wiki/Alvaro_Siza

martedì 15 ottobre 2013

Local


Un  percorso attraverso noi stessi alla ricerca del significato del viaggiare e del sentirsi a casa.




"Alla fine, la sola cosa che contava era come la pensavo io. Le mie risposte alle mie domande. Ci ho messo molto tempo a capirlo. E, col tempo ho imparato a stare bene con me stessa."



Il tema del viaggio è sicuramente uno dei must della letteratura, ne troviamo traccia fin nei miti, nella letteratura classica, nelle opere di Omero, Dante, Manzoni fino a quelle più vicine a noi. Tendenzialmente viene sempre associato ad un percorso di crescita, scoperta e maturazione. Attraverso il viaggio fisico, reale, il protagonista può compiere un viaggio mentale che lo porta alla scoperta del proprio io, delle proprie debolezze e paure. Local, scritto da Brian Wood e disegnato da Ryan Kelly, è la storia di un viaggio, anzi di tanti piccoli viaggi, fisici e reali ma sopratutto spirituali. La protagonista è un'adolescente problematica Megan Mckeenan, fin qui non sembra nulla di nuovo. Tuttavia fin dalle prime pagine siamo immersi in piccoli scorci della sua esistenza, ogni capitolo ci fornisce un piccolo frammento della sua vita ma anche il pezzo di un mosaico che alla fine del racconto ci permetterà di ricostruire e capire questo personaggio sfaccettato, complesso ed in continua evoluzione e ridefinizione. In questo modo viene rotta la struttura "lineare" spesso tipica romanzi di formazione, a favore di una serie di episodi autoconclusivi temporalmente progressivi. Infatti attraverso questi 12 capitoli che rappresentano 12 anni e differenti posti, Megan si evolve passando da quella che all'inizio ci sembra una ragazzina problematica incapace di scegliersi dei buoni compagni ad una donna consapevole dei propri errori, ma sopratutto di se stessa. 



Accanto a Megan, protagonista decisamente predominante, vediamo altri personaggi ben caratterizzati. In primis c'è la madre. Fino alla sua morte non ne sappiamo nulla, ma successivamente attraverso i ricordi della ragazza riusciamo a esplorarla almeno in parte. Personalmente me ne ero fatta un'idea totalmente sbagliata, quando si inizia a leggere Local e si entra in contatto con un'adolescente fuggita da casa, subito mi è venuto spontaneo pensare che alla base di questo comportamento ci fosse una sorta di incomprensione con i propri genitori. Inoltre non comparendo mai, mi era riuscito spontaneo pensare che non vi fosse nessun tipo di rapporto o legame con questa figura. Ma in realtà non è così e credo che questo sia davvero un passaggio interessante di questo racconto. La madre rappresenta la spinta di propulsione di Megan, la sua ragione di ricerca di se stessa e di un posto da chiamare casa. La madre infatti vive in una condizione fisica di staticità data da un matrimonio che le ha bloccato ogni possibilità di libertà e apertura verso il mondo. Essa ripone nella figlia tutte le sue speranze e i suoi desideri, consapevole che, come lei, Megan non poteva essere felice in quella condizione limitativa. Questa certezza la percepiamo facendo la conoscenza di Nicky, il cugino di Megan. Egli rappresenta esattamente ciò che la ragazza sarebbe diventata se non fosse partita. Nicky sfoga nella violenza tutta la frustrazione derivante dallo stare in un contesto sociale che non gli permette di esprimersi pienamente. Altro personaggio interessante ed a mio parere spaventoso è Matthew, il fratello di Megan. Fin da piccolo viene plagiato dal padre, per lui un modello di riferimento indiscusso, che lo istiga all'odio verso le donne e lo inizia all'alcool. Questo ragazzo cresce senza la capacità di rapportarsi con gli altri e non riuscirà mai ad accettare pienamente la morte del padre. Questo fatto infatti fa collassare Matthew che si trova da solo con la madre con cui ha un pessimo rapporto, mentre Megan continua le sue peregrinazioni pienamente approvate e sostenute dal genitore. La morte della madre rappresenta un'ulteriore ferita per il ragazzo, anche se sembra più un riportare a galla il dolore della morte del padre mai superata in un vortice di ricordi di infanzia.
Tutta questa vicenda si svolge in paesaggi urbani americani ed attraverso piccoli oggetti che prendono senso nella vicenda per la protagonista ed anche per il lettore poichè rappresentano frammenti di storie e ricordi. Questo lo vediamo molto bene nell'episodio ambientato a Toronto, dove una giovane artista, Nancy Bai, ricompone la vita di Megan in un'esposizione attraverso i suoi oggetti personali cercando quindi di interrogarsi su chi sia veramente Megan. Ma l'importante è la storia associata all'oggetto e non l'oggetto in sè, ciò che conta è quello che essi sono stati per chi li ha vissuti, ovvero Megan ed il lettore che attraverso la narrazione ne ha fatto esperienza.
Il disegno assume un'importante ruolo, sostituendosi quando necessario alle parole nella comunicazione dei sentimenti della protagonista. Così narrazione e tratto grafico si bilanciano complessivamente in funzione dei segmenti di storia.
Per concludere, questo fumetto ci mostra un viaggio, un percorso di crescita e maturazione, ma ci costringe ad immergerci in queste situazioni ed a riflettere sul nostro viaggio. Insieme a Megan ci troviamo anche noi, non più solo lettori, a cercare il significato del viaggiare e degli incontri che si parano sul nostro cammino alla ricerca forse di un posto dove sentirci a casa, dove trovare finalmente un equilibrio, dove poter tornare dopo aver trovato risposta alle nostre domande, alle nostre paure ed al nostro vivere.



"Mamma pensava che la libertà fosse il dono più grande che potesse farmi. Ma per me il dono più grande è questa casa. Un posto dove ritornare al momento giusto."